Stagione 2

VIDEOCAST

Prof. Edoardo Ferlazzo: Professore Ordinario di Neurologia, Università Magna Graecia di Catanzaro. Dirigente Medico, Centro Regionale Epilessie/UOC di Neurologia, Presidio Riuniti, Grande Ospedale Metropolitano BMM, Reggio Calabria

Dottor Salvatore Maria Lima: PhD student in “Clinical Research and Neurosciences”, University of Catania
Neurology Unit, A.O.U.P. «Paolo Giaccone», University of Palermo.

La gestione dell’epilessia nelle donne in età fertile rappresenta una sfida clinica complessa, che richiede di bilanciare il controllo delle crisi con la tutela della fertilità. Le evidenze più recenti sottolineano l’importanza della consulenza pre-concezionale, della scelta mirata dei farmaci anticrisi a minor rischio teratogeno, della supplementazione con acido folico e del monitoraggio durante gravidanza e postpartum. Oltre questo, spesso un approccio personalizzato e multidisciplinare è cruciale per migliorare la gestione delle nostre pazienti e supportare scelte consapevoli di cura. Inizio subito con una domanda provocatoria.

 

    • Nelle donne con epilessia in età fertile, stiamo davvero applicando un approccio proattivo e personalizzato alla scelta terapeutica, oppure spesso interveniamo solo quando emergono problemi legati alla pianificazione di una gravidanza?

     

    • In che modo i farmaci anticrisi possono influenzare l’efficacia della contraccezione nelle donne con epilessia? E per quanto riguarda l’ultimo punto, viceversa, l’efficacia dei farmaci anticrisi può essere influenzata dall’utilizzo di anticoncezionali? Se si, quali farmaci anti-crisi soprattutto?

     

    • Conosciamo tutti il famoso effetto teratogeno dell’Acido Valproico, ma ad oggi ha ancora un posto nella terapia dell’epilessia nelle donne in età fertile, o dovrebbe essere considerato un farmaco da evitare salvo rarissime eccezioni? E oltre all’Acido Valproico, quali altri farmaci anticrisi non è consigliato assumere in età fertile e perchè?

     

    • Come cambia la gestione terapeutica dell’epilessia durante gravidanza e postpartum, e quali aspetti vengono ancora sottovalutati?

     

    • Quali sono i farmaci anticrisi più consigliati da assumere durante una gravidanza in assenza di particolari controindicazioni della donna?

    Prof.ssa Iolanda Martino, Dirigente Psicologo UOC Neurologia, PhD Neuroscience. Psicoterapeuta CBT – Catanzaro.

    Dottor Salvatore Maria Lima: PhD student in “Clinical Research and Neurosciences”, University of Catania
    Neurology Unit, A.O.U.P. «Paolo Giaccone», University of Palermo.

    La dimensione cognitiva e comportamentale dell’epilessia rappresenta oggi uno degli ambiti più rilevanti e in rapida evoluzione della ricerca clinica. Le evidenze più recenti dimostrano che l’epilessia non è solo un disturbo caratterizzato da crisi ricorrenti, ma una condizione neurologica più complessa che può associarsi a deficit di memoria, attenzione, funzioni esecutive e regolazione emotiva, con un impatto significativo sulla qualità di vita. I dati della letteratura sottolineano come una valutazione neuropsicologica strutturata sia fondamentale non solo nella fase diagnostica, ma anche nel follow-up, nella pianificazione terapeutica e nella valutazione degli esiti di trattamenti farmacologici o chirurgici. Quindi, un approccio integrato tra neurologo, neuropsicologo e altri specialisti consente di intercettare precocemente fragilità cognitive e psicologiche, personalizzare gli interventi riabilitativi e supportare pazienti e famiglie in un percorso di cura realmente centrato sulla persona.

     

        • Qual è il ruolo della valutazione neuropsicologica?

         

        • Quali sono le principali comorbidità cognitive e psicologiche in epilessia?

         

        • Cosa si intende per International Classification of Cognitive Disorders in Epilepsy (IC-CoDE)?

         

        • Quali sono i trattamenti psicologici e psicoterapeutici in epilessia? 

      Prof. Angelo Labate, Professore Ordinario di Neurologia dell’Università degli Studi di Palermo e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neurologia del Policlinico Universitario “Paolo Giaccone” di Palermo.

      Dottor Salvatore Maria Lima: PhD student in “Clinical Research and Neurosciences”, University of Catania
      Neurology Unit, A.O.U.P. «Paolo Giaccone», University of Palermo.

      L’imaging cerebrale sta rivoluzionando la diagnosi e il trattamento dell’epilessia. Oggi i biomarcatori di immagini rappresentano uno strumento sempre più importante per identificare il focolaio epilettogeno, migliorare la selezione dei pazienti candidati alla chirurgia e sviluppare percorsi terapeutici sempre più personalizzati.

       

      • Quando parliamo di intelligenza artificiale applicata all’epilessia, di cosa stiamo realmente parlando oggi? In linea generale, quali sono attualmente gli aspetti della pratica clinica dell’epilettologo più interessati dall’applicazione dell’AI?

       

      • La predizione delle crisi epilettiche è uno degli obiettivi più ambiziosi dell’AI. Si parla sempre di più di machine learning, deep learning e di come queste possano in un futuro non troppo lontano “sostituire” la figura del clinico nella refertazione degli EEG. Quanto siamo vicini a questa realtà? E’ realmente realizzabile?

       

      • Dal punto di vista terapeutico, in che modo l’intelligenza artificiale sta contribuendo allo stato attuale?

       

      • L’uso di algoritmi addestrati su grandi quantità di dati clinici solleva interrogativi etici e di sicurezza: come si possono ridurre bias, rischi per la privacy e decisioni opache mantenendo un reale beneficio per il paziente?

       

      • Guardando al futuro, quale potrebbe essere l’impatto dell’AI sul ruolo del medico epilettologo, e come dovrebbe prepararsi la comunità clinica a questa trasformazione?

      Prof. Antonio Cerasa: Professore aggregato di Psicologia presso l’Università “Magna Graecia” di Catanzaro per gli insegnamenti di Psicofisiologia e Neuroscienze Traslazionali

      Dottor Salvatore Maria Lima: PhD student in “Clinical Research and Neurosciences”, University of Catania
      Neurology Unit, A.O.U.P. «Paolo Giaccone», University of Palermo.

      La puntata di oggi è dedicata al ruolo emergente dell’intelligenza artificiale nella gestione dell’epilessia, dalla diagnosi precoce alla predizione delle crisi e alla personalizzazione delle terapie. Attraverso l’analisi di EEG e dati clinici complessi, l’AI sta offrendo nuovi strumenti di supporto decisionale al clinico, oltre che nuove risorse per il trattamento dell’epilessia farmacoresistente. Con il Prof. Antonio Cerasa discuteremo opportunità, limiti attuali e sfide etiche, esplorando l’impatto reale di queste tecnologie sulla pratica clinica e sulla qualità di vita delle persone con epilessia.

       

      • Quando parliamo di intelligenza artificiale applicata all’epilessia, di cosa stiamo realmente parlando oggi? In linea generale, quali sono attualmente gli aspetti della pratica clinica dell’epilettologo più interessati dall’applicazione dell’AI?

       

      • La predizione delle crisi epilettiche è uno degli obiettivi più ambiziosi dell’AI. Si parla sempre di più di machine learning, deep learning e di come queste possano in un futuro non troppo lontano “sostituire” la figura del clinico nella refertazione degli EEG. Quanto siamo vicini a questa realtà? E’ realmente realizzabile?

       

      • Dal punto di vista terapeutico, in che modo l’intelligenza artificiale sta contribuendo allo stato attuale?

       

      • L’uso di algoritmi addestrati su grandi quantità di dati clinici solleva interrogativi etici e di sicurezza: come si possono ridurre bias, rischi per la privacy e decisioni opache mantenendo un reale beneficio per il paziente?

       

      • Guardando al futuro, quale potrebbe essere l’impatto dell’AI sul ruolo del medico epilettologo, e come dovrebbe prepararsi la comunità clinica a questa trasformazione?

      Prof. Pasquale Striano MD PhD

      IRCCS Istituto Giannina Gaslini,  full member of ERN EpiCARE, Genova, Italy

      Department of Neurosciences, Rehabilitation, Ophthalmology, Genetics, Maternal and Child Health
      University of Genova, Genova, Italy

      Dottor Salvatore Maria Lima: PhD student in “Clinical Research and Neurosciences”, University of Catania
      Neurology Unit, A.O.U.P. «Paolo Giaccone», University of Palermo.

      1. Differenza tra DEE, encefalopatie epilettiche e encefalopatie dello sviluppo

      “Negli ultimi anni si è passati da una visione in cui l’epilessia era considerata l’unica responsabile del deterioramento neurologico, a un modello più complesso. Nelle encefalopatie epilettiche, infatti, crisi frequenti e anomalie elettroencefalografiche contribuiscono direttamente al rallentamento o alla regressione dello sviluppo. Nelle encefalopatie dello sviluppo, invece, il deficit cognitivo e comportamentale dipende soprattutto da un’alterazione neurobiologica di base, spesso genetica, e l’epilessia rappresenta una componente aggiuntiva. Il termine DEE, cioè encefalopatia epilettica e dello sviluppo, indica proprio l’interazione tra le due componenti. Esempi tipici sono sindromi genetiche come Dravet o CDKL5. Questa distinzione è molto utile in clinica perché aiuta a definire prognosi più realistiche e a capire quanto possiamo ottenere dal solo controllo delle crisi.”

      2. Ruolo della diagnosi eziologica precoce, soprattutto genetica

      “Oggi la diagnosi eziologica precoce ha un peso enorme nella gestione delle encefalopatie epilettiche, in particolare grazie ai progressi della genetica. Identificare precocemente la causa permette non solo di dare un nome alla sindrome, ma soprattutto di orientare la terapia. In alcuni casi esistono trattamenti mirati, come la dieta chetogenica nel deficit di GLUT1, oppure farmaci da evitare, come i bloccanti dei canali del sodio nella sindrome di Dravet. Inoltre, conoscere la diagnosi aiuta a prevedere comorbidità, impostare un follow-up adeguato e offrire un counseling corretto alle famiglie. In queste condizioni, il tempo è cruciale: una diagnosi precoce può realmente modificare la traiettoria dello sviluppo.”

      3. Impatto dell’attività epilettiforme intercritica rispetto alle crisi

      “Un aspetto oggi sempre più riconosciuto è che non sono solo le crisi cliniche a determinare il deficit cognitivo. L’attività epilettiforme intercritica, cioè le scariche tra una crisi e l’altra, può avere un ruolo altrettanto importante, soprattutto quando è continua o prevalente nel sonno. Queste anomalie possono interferire con processi fondamentali per lo sviluppo, come la plasticità cerebrale, l’apprendimento e il consolidamento della memoria. In alcune sindromi, come l’ESES, si osserva che il deterioramento neurocognitivo è più legato al burden elettroencefalografico intercritico che al numero di crisi. Questo cambia l’obiettivo terapeutico: non basta ridurre le crisi, ma bisogna anche ridurre l’encefalopatia elettrica.”

       

      4. Influenza della terapia anticrisi sul progredire dell’encefalopatia

      “La terapia anticrisi può influenzare in modo significativo l’evoluzione dell’encefalopatia, sia in positivo che in negativo. Da un lato, un controllo precoce delle crisi e dell’attività epilettiforme può migliorare vigilanza, sonno, attenzione e quindi favorire un miglior percorso di sviluppo. Dall’altro lato, bisogna considerare che molti farmaci possono avere effetti collaterali cognitivi e comportamentali, come sedazione, irritabilità o rallentamento psicomotorio, soprattutto se utilizzati in politerapia. Quindi la sfida clinica è trovare un equilibrio: ridurre il carico epilettico senza compromettere ulteriormente le funzioni neurocognitive.”

       

      5. Prospettive future: terapie personalizzate e sfide aperte

      “Guardando al futuro, le prospettive più promettenti sono legate alla medicina personalizzata. Stiamo andando verso terapie sempre più mirate: farmaci specifici per pathway molecolari, trattamenti genetici come antisense oligonucleotidi o gene replacement, e tecniche di neuromodulazione come VNS o RNS nei casi farmacoresistenti. Tuttavia, restano sfide importanti: intervenire abbastanza precocemente da modificare davvero la traiettoria dello sviluppo, garantire accesso equo a test genetici e terapie avanzate, e soprattutto misurare outcome che vadano oltre la riduzione delle crisi, includendo linguaggio, autonomia e qualità di vita. Il futuro sarà quindi sempre più multidisciplinare e centrato sul paziente.”

      Prof.ssa Loretta Giuliano: Dirigente Medico di I Livello presso AOU Policlinico “G. Rodolico- San Marco”; Università degli Studi di Catania

      Dottoressa Chiara Martellino: UOC Neurologia Ospedale Gravina Caltagirone, ASP Catania.

      Il tema “epilessia e genere” è sicuramente vasto e complesso. Quando parliamo di “genere” in neurologia non ci riferiamo soltanto alle differenze biologiche, ma anche all’identità di genere e all’impatto che fattori sociali e culturali possono avere sulla salute. L’epilessia, in particolare, è una condizione che si intreccia strettamente con tutti questi aspetti, ed è fondamentale comprenderne le implicazioni non solo dal punto di vista neurologico, ma anche psicologico, sociale e terapeutico.

      In questo videocast cercheremo quindi di affrontare i punti principali: dalle differenze ormonali, alle implicazioni terapeutiche, fino agli aspetti etici e relazionali che dovrebbero essere considerati nella pratica clinica quotidiana. Perché parlare di epilessia e genere significa, in fondo, parlare di medicina realmente centrata sulla persona, un aspetto fondamentale per migliorare la qualità della vita dei pazienti.

       

      1. Iniziamo con un tema che sicuramente molti di noi affrontano nella pratica clinica quotidiana: epilessia e gravidanza, o più in generale fertilità nelle donne con epilessia. Prof.ssa Giuliano, quali sono oggi le principali criticità nella gestione dell’epilessia nelle donne in età fertile? Mi riferisco in particolare al counseling preconcezionale, alla scelta dei farmaci anticrisi in gravidanza, al rischio teratogeno e all’impatto a lungo termine sul neurosviluppo del bambino?

       

      1. ssa Giuliano, diversi studi hanno evidenziato che alcuni farmaci anticrisi possono influire negativamente sulla salute sessuale e riproduttiva degli uomini, causando riduzione della libido, anomalie spermatozoiche e alterazioni nel volume testicolare. In che misura dobbiamo considerare questi effetti quando trattiamo uomini con epilessia, in particolare in età fertile e quali sono le evidenze a riguardo?

       

      1. L’impatto del genere nell’adulto e nell’anziano con epilessia è un aspetto che spesso viene sottovalutato. Prof.ssa Giuliano, come le differenze di genere influenzano la gestione dell’epilessia nelle persone adulte e anziane? In particolare, quali sono le sfide che le donne anziane, ad esempio durante o dopo la menopausa, devono affrontare, e come la loro condizione ormonale interagisce con l’epilessia? E quali sono le differenze nei trattamenti e nell’approccio tra uomini e donne anziani con epilessia?

       

      1. Infine, un argomento che sta iniziando a ricevere più attenzione, ma che è ancora poco esplorato in letteratura, riguarda le minoranze sessuali e di genere. Parliamo di persone che si identificano comeLGBTQIA+, le quali possono presentare bisogni specifici nella gestione dell’epilessia, sia sul piano biologico sia su quello psicosociale.  Come può la terapia ormonale di affermazione di genere influenzare la gestione dell’epilessia e quali implicazioni farmacologiche dobbiamo considerare? L’epilessia è, ancora oggi, purtroppo, una condizione stigmatizzante: quando una persona con epilessia appartiene a una minoranza sessuale o di genere, siamo davvero preparati, come neurologi, a gestirne le implicazioni cliniche, farmacologiche e psicologiche e il colloquio clinico?

      Prof. Stefano Meletti: Direttore della Struttura complessa di Neurologia e Professore Associato di Neurologia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia

      Dottoressa Chiara Martellino: UOC Neurologia Ospedale Gravina Caltagirone, ASP Catania.

      Nel trattamento dello stato epilettico, le benzodiazepine rappresentano la terapia di prima linea, in virtù della loro rapidità d’azione e della capacità di potenziare l’inibizione GABAergica. Tuttavia, la loro efficacia può ridursi o venire meno con il protrarsi della crisi. Per tale motivo, è spesso necessario ricorrere all’utilizzo di farmaci di seconda linea, fino a un approccio con agenti anestetici.

      Se le raccomandazioni spingono verso una terapia di terza la linea, in letteratura e in pratica clinica emergono due approcci differenti: da un lato, un orientamento che propone una rapida escalation verso gli agenti anestetici, con l’obiettivo di interrompere precocemente l’attività epilettica e prevenire il danno neuronale e la farmacoresistenza legati alla persistenza delle crisi. Dall’altro, un approccio più prudente, che prevede ulteriori tentativi con farmaci anticrisi di seconda linea prima di ricorrere alla sedazione profonda, nel tentativo di ridurre i rischi associati all’anestesia prolungata.

      1. In questo contesto, accanto ai farmaci raccomandati dalle linee guida, vorrei chiederle quali strategie terapeutiche stanno emergendo e in quali pazienti possono fare davvero la differenza, pensando anche a quadri complessi come il Norse/Fires, dove la scelta del timing e della strategia terapeutica è particolarmente critica e in cui entra in giorno un approccio eziologico.

       

      1. Lo stato epilettico non è sempre di semplice diagnosi e, in alcune situazioni, l’EEG diventa uno strumento fondamentale, come nel caso dello stato epilettico non convulsivo. In queste circostanze, quando ci troviamo di fronte a quadri EEG e clinici che potremmo definire “borderline”, quali elementi orientano verso l’avvio di un trattamento?

       

      1. In passato si è parlato di un “santo graal” come obiettivo della terapia con agenti anestetici, e diversi obiettivi sono stati proposti: dalla soppressione globale dell’attività elettrica, alla soppressione dell’attività epilettiforme, fino al pattern di burst-suppression. A tal proposito le chiedo, esiste veramente un “santo graal”? Qual è oggi il nostro obiettivo quando trattiamo lo stato epilettico con agenti anestetici?

       

       

      1. Se fermare le crisi è il primo obiettivo, lo svezzamento dall’anestesia è un’altra sfida cruciale. Da un punto di vista pratico e sulla base della sua esperienza, quando e come va impostato lo svezzamento dall’anestesia e su quali farmaci è opportuno puntare per la terapia di mantenimento?

      Prof.ssa Francesca Bisulli: Professore Associato di Neurologia Dipartimento di Scienze Neurologiche, Università di Bologna; IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche, Ospedale Bellaria.

      Dottoressa Chiara Martellino: UOC Neurologia Ospedale Gravina Caltagirone, ASP Catania.

      La SHE rappresenta una vera sfida diagnostica, non solo per l’epilettologo ma anche per gli specialisti del sonno. Le manifestazioni motorie possono infatti apparire sorprendentemente simili, da un lato, a quelle delle parasonnie, tanto che Tassinari le descrisse come l’espressione di un carillon comune, in cui cambia chi gira la manovella, ma la melodia resta la stessa.
      Dall’altro lato, anche le crisi psicogene non epilettiche possono entrare in diagnosi differenziale, rendendo spesso difficile una distinzione basata sulla sola osservazione clinica.

      1. Proprio partendo da queste difficoltà diagnostiche, esistono indizi clinici che ci aiutano a differenziare la SHE dall’ampio capitolo delle parasonnie o dalle crisi psicogene di natura non epilettica?
      2. Nel corso del tempo, la SHE è stata definita in modi diversi, a testimonianza dell’evoluzione della nostra comprensione di questi episodi notturni.
        Inizialmente descritta come distonia parossistica nel sonno, è stata successivamente inquadrata come epilessia notturna del lobo frontale. Il termine attuale riflette la consapevolezza che l’origine delle crisi non è sempre frontale e che il vero elemento distintivo è il fenotipo ipermotorio sonno-relato.
        Esistono, tuttavia, indizi localizzatori che possano aiutarci a definire l’origine del focolaio epilettogeno? La video-polisonnografia è spesso considerata il gold standard: quali sono però i reali limiti?
      3. Da un punto di vista eziologico, qual è il ruolo della genetica nella SHE e quali elementi clinici dovrebbero orientare verso l’esecuzione di un’indagine genetica?
      4. La SHE è stata a lungo considerata una sindrome “benigna”, in virtù della riportata buona risposta al trattamento, in particolare alla carbamazepina, che rappresenta tuttora la terapia di prima linea.
        Tuttavia, dati più recenti hanno evidenziato una prognosi meno favorevole nel lungo termine, con meno di un terzo dei pazienti libero da crisi dopo 40 anni dall’esordio.
        Alla luce di questi dati, quali sono le alternative terapeutiche alla carbamazepina e quali nuove prospettive di trattamento si stanno delineando?
          Prof Alberto Vogrig: Azienda Sanitaria Universitaria Friuli Centrale, Professore Associato di Neurologia presso l’Università di Udine.

          Dottoressa Chiara Martellino: UOC Neurologia Ospedale Gravina Caltagirone, ASP Catania.

          La diagnosi diventa più solida quando si identificano anticorpi diretti contro antigeni neuronali. Tuttavia, è fondamentale sottolineare che l’assenza di anticorpi non esclude la diagnosi: esistono infatti forme sieronegative che rispondono comunque al trattamento immunomodulante.

          1. A questo proposito, chiederei al Prof. Vogrig: nel work up diagnostico quanto pesa oggi la clinica rispetto alla sierologia nelle encefaliti autoimmuni? In altre parole, quanto dobbiamo fidarci della positività degli anticorpi e quanto invece trattare sulla base del sospetto clinico, anche in assenza di una conferma laboratoristica? E, in questo contesto, come vanno gestiti i possibili falsi negativi?

          2. Restando in tema, quanto è importante il liquor rispetto al siero nella ricerca degli anticorpi?

          3. Negli ultimi anni la terapia delle encefaliti autoimmuni è diventata sempre più stratificata: oltre alle terapie di prima linea (steroidi, IVIG, plasmaferesi) e di seconda linea (rituximab, ciclofosfamide), stiamo assistendo a un crescente uso di strategie di “terza linea” nelle forme refrattarie. Quali sono le ultime evidenze sull’efficacia e sulla sicurezza di queste terapie di terza linea (ad esempio il bortezomib o il daratumumab, o inibitori delle citochine come tocilizumab/anakinra), e in quali scenari clinici dovrebbero essere considerate?

          4. Nella gestione a lungo termine delle encefalopatie autoimmuni, come decidere la durata dell’immunoterapia di mantenimento? Quali fattori — clinici, radiologici o immunologici — guidano la scelta di proseguire, modulare o sospendere il trattamento? Che ruolo hanno gli score predittivi, come quello proposto recentemente nel caso delle encefaliti anti-NMDA, il NEOS2?

          Alessandra Morano

          Università degli studi di Roma

          intervista 

          Marco Zoccarato

          Unità Neurologia AO di Padova

          Lorenzo Ricci

          Università degli studi di Roma

          intervista 

          Lino Nobili

          Università di Genova

          Alessandra Morano

          Università degli studi di Roma

          intervista 

          Mario Tombini

          Università Campus Biomedico di Roma

          Dialogo Epilessia e Disturbi cognitivi: “Le relazioni pericolose” – Prof. M. Tombini Tra epilessia e disturbi cognitivi esiste un rapporto estremamente complesso e pieno di sfaccettature: infatti, se è vero che l’epilessia può svilupparsi nel contesto di quadri sindromici – siano essi a eziologia genetica o acquisita – di cui i deficit cognitivi sono parte integrante, è altresì vero che questi possono emergere nel corso della patologia, verosimilmente in relazione alla severità e durata della stessa, come pure all’azione dei farmaci anti-crisi, il cui peso sulle funzioni cognitive è tutt’altro che trascurabile. Più recentemente diversi studi clinici e pre-clinici hanno poi affrontato il tema del rapporto tra epilessia e demenza – in particolare la malattia di Alzheimer – un rapporto denso di interazioni reciproche, ancora in attesa di definizione e, soprattutto, di efficace traslazione nella pratica clinica.

          Lorenzo Ricci

          Università degli studi di Roma

          intervista 

          Eleonora Tamilia

          Università di Harvard, Cambridge (US)

          Alessandra Morano

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Giovanni Assenza

          Università Campus Biomedico di Roma

          Dialogo Neuromodulazione: “Tutta questione di network” – Dott. G. Assenza

          Sebbene il trattamento dell’epilessia si basi principalmente sull’impiego di farmaci anti-crisi, l’armamentario terapeutico include anche approcci non farmacologici: la chirurgia, la dieta chetogena e la neuromodulazione. Le metodiche di neuromodulazione si basano sull’applicazione – diretta o indiretta – di stimoli elettrici al sistema nervoso centrale, e sono impiegate con finalità prevalentemente palliative nelle epilessie farmaco-resistenti non candidabili alla chirurgia. Alcune di queste tecniche (in particolare la RNS) offrono uno straordinario vantaggio secondario: la possibilità di registrare l’attività epilettica addirittura per anni, ottenendo dati potenzialmente fondamentali per la predizione delle crisi nel singolo paziente. Nonostante il loro impiego ancora abbastanza limitato, le metodiche di neuromodulazione si candidano a rivestire un ruolo di grande rilievo in un futuro non troppo lontano, fatta salva la necessità di identificare biomarkers predettivi di risposta che siano applicabili nella pratica clinica.

          Lorenzo Ricci

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Laura Tassi

          Centro di chirurgia per l’epilessia “Claudio Munari” – Ospedale Niguarda Milano

          Razionale del dialogo “La finestra sul cervello”

          Per i pazienti con epilessia focale farmaco-resistente, la resezione chirurgica della zona epilettogena è un’opzione terapeutica fondamentale e da prendere sempre in considerazione, in quanto può comportare un significativo miglioramento clinico o anche la libertà da crisi.

          Per avere successo, la chirurgia dell’epilessia richiede una valutazione prechirurgica completa ed approfondita, che include accertamenti clinico-diagnostici a vario livello di complessità: dalla semiologia clinica associata alla registrazione EEG delle crisi (correlazione anatomo-elettro-clinica), alla risonanza magnetica (MRI) ed, in alcuni casi, ad indagini di neuroimaging più avanzate come l’Electrical Source Imaging (ESI) o la Magnetoencefalografia (MEG).

          Tuttavia, i test prechirurgici sono spesso insufficienti per localizzare con precisione la zona di insorgenza delle crisi, che è lo stimatore più affidabile della zona epilettogena. L’EEG intracranico è necessario per questo scopo , ma non è esente da complicazioni chirurgiche e offre solo una copertura cerebrale parziale. Per tale motivo ed in considerazione anche delle possibili complicanze della chirurgia, molti neurologi tendono ad inviare solo tardivamente il paziente per una valutazione pre-chirurgia, con conseguente ritardo nell’iter terapeutico e ampio sotto-utilizzo della chiurgia dell’epilessia, nonostante le sue grandi potenzialità, sia in Italia che all’estero.

          Verranno discussi le possibili indicazioni, complicanze e novità in ambito tecnico-diagnostico della chirurgia dell’epilessia. Si discuteranno inoltre le tempistiche e le modalità in relazione allo scalaggio della farmacoterapia anti-epilettica in seguito ad una chirurgia dell’epilessia presunta di successo.

          Alessandra Morano

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Emilio Russo

          Università Magna Graecia di Catanzaro

          Razionale del dialogo “Ritorno al futuro”

          La ricerca farmacologica in epilessia è tra le più attive in ambito neurologico, e almeno 10 nuovi farmaci sono stati commercializzati negli ultimi 15 anni. Nonostante il miglioramento del profilo di tollerabilità e sicurezza dei nuovi anti-epilettici, la percentuale delle persone con epilessia farmaco-resistente è rimasta pressochè invariata, con importantissime implicazioni in termini di benessere psico-fisico, qualità di vita e costi per il sistema sanitario nazionale. Il tentativo è quindi quello di “cambiare strategia”, ricollocando molecole impiegate in altre patologie ma risultate efficaci sulle crisi e, soprattutto, testando vecchi e nuovi composti in specifiche sindromi cliniche – o finanche con una specifica causa genetica – nel contesto di una medicina sempre più “di precisione”. Ma la vera speranza è che il paradigma di trattamento possa cambiare ulteriormente, passando dai farmaci attivi sulle crisi a quelli in grado di interferire con i meccanismi dell’epilettogenesi (molteplici e purtroppo ancora in parte da approfondire), che si configurerebbero a tutti gli effetti come “disease-modifying therapies”. I primi passi su questa strada sono già stati fatti: il futuro, a quanto pare, non è così lontano.

          Lorenzo Ricci

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Barbara Mostacci

          IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna

          RAZIONALE

          L’ era moderna dei farmaci anti-epilettici, che abbraccia un periodo di oltre 150 anni dal primo uso del bromuro nel 1857, ha visto l’introduzione nella pratica clinica di un gruppo eterogeneo di farmaci con buoni parametri di efficacia e sicurezza. Tuttavia, di fronte ad un così vasto armamentario terapeutico, la scelta del farmaco anti-epilettico ideale in termini di efficacia e sicurezza può risultare complessa.

          I farmaci anti-epilettici infatti (o “anti-crisi”), presentano meccanismi d’azione molecolare ed effetti collaterali diversi che possono essere più o meno indicati in base al singolo contesto clinico.  Un accurato raccordo anamnestico epilettologico ed un corretto inquadramento diagnostico permetterà al neurologo di effettuare una scelta mirata e consapevole in relazione alla prima terapia farmacologica anti-epilettica.

          Alessandra Morano

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Liliana Grammaldo

          IRCCS Neuromed Istituto Neurologico Mediterraneo – Pozzilli (IS)

          “Memoria e Pregiudizio” (Dott.ssa L. Grammaldo)

          Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, le patologie neurologiche rappresentano la prima causa di disabilità nel mondo: tra queste l’epilessia ha un posto estremamente rilevante, non solo per ragioni epidemiologiche ma anche perché è una patologia che può interessare tutte le età e accompagnare il paziente per anni. Tra i fattori che influiscono sulla qualità di vita delle persone con epilessia non si annoverano solo il controllo delle crisi, il carico farmacologico e le comorbidità cognitivo-comportamentali, ma anche il cosiddetto stigma: un “marchio” invisibile che  – purtroppo da millenni – la persona con epilessia si porta addosso e, soprattutto, dentro. In occasione della Giornata Mondiale dell’Epilessia, è il caso di chiedersi e di ricordarsi cos’è lo stigma, da dove origina e come lo si affronta, per cancellarlo definitivamente.

          Alessandra Morano

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Antonietta Coppola

          Università Federico II di Napoli

          “Una, nessuna e centomila epilessie” (Dott.ssa A. Coppola)

          L’epilessia è forse la patologia più polimorfa in natura, per cause, forme e manifestazioni cliniche attraverso cui si esprime, e che sono uniche per ogni singolo paziente. La diagnosi prevede crescenti livelli di complessità, a partire dal riconoscimento delle crisi in quanto tali – compito tutt’altro che semplice, alla luce delle possibili similitudini con altri fenomeni transitori/parossistici quali le sincopi, l’emicrania, i disturbi del movimento e le parasonnie – fino ad arrivare all’identificazione della specifica sindrome epilettica e dell’eziologia che la sottende. Sebbene la raccolta dell’anamnesi e l’attenta valorizzazione dei segni clinici tutt’oggi rappresentino il punto nodale della diagnosi, gli esami strumentali – in primis l’EEG e gli studi di neuroimaging – possono fornire degli importanti elementi di supporto. Allo stesso modo, le indagini genetiche sempre più spesso rivestono un ruolo fondamentale, configurandosi come un imprescindibile strumento diagnostico nell’era della medicina (e dell’epilettologia) di precisione.

          Alessandra Morano

          Università degli studi di Roma

          intervista 

          Marco Zoccarato

          Unità Neurologia AO di Padova

          Lorenzo Ricci

          Università degli studi di Roma

          intervista 

          Lino Nobili

          Università di Genova

          Alessandra Morano

          Università degli studi di Roma

          intervista 

          Mario Tombini

          Università Campus Biomedico di Roma

          Dialogo Epilessia e Disturbi cognitivi: “Le relazioni pericolose” – Prof. M. Tombini Tra epilessia e disturbi cognitivi esiste un rapporto estremamente complesso e pieno di sfaccettature: infatti, se è vero che l’epilessia può svilupparsi nel contesto di quadri sindromici – siano essi a eziologia genetica o acquisita – di cui i deficit cognitivi sono parte integrante, è altresì vero che questi possono emergere nel corso della patologia, verosimilmente in relazione alla severità e durata della stessa, come pure all’azione dei farmaci anti-crisi, il cui peso sulle funzioni cognitive è tutt’altro che trascurabile. Più recentemente diversi studi clinici e pre-clinici hanno poi affrontato il tema del rapporto tra epilessia e demenza – in particolare la malattia di Alzheimer – un rapporto denso di interazioni reciproche, ancora in attesa di definizione e, soprattutto, di efficace traslazione nella pratica clinica.

          Lorenzo Ricci

          Università degli studi di Roma

          intervista 

          Eleonora Tamilia

          Università di Harvard, Cambridge (US)

          Alessandra Morano

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Giovanni Assenza

          Università Campus Biomedico di Roma

          Dialogo Neuromodulazione: “Tutta questione di network” – Dott. G. Assenza

          Sebbene il trattamento dell’epilessia si basi principalmente sull’impiego di farmaci anti-crisi, l’armamentario terapeutico include anche approcci non farmacologici: la chirurgia, la dieta chetogena e la neuromodulazione. Le metodiche di neuromodulazione si basano sull’applicazione – diretta o indiretta – di stimoli elettrici al sistema nervoso centrale, e sono impiegate con finalità prevalentemente palliative nelle epilessie farmaco-resistenti non candidabili alla chirurgia. Alcune di queste tecniche (in particolare la RNS) offrono uno straordinario vantaggio secondario: la possibilità di registrare l’attività epilettica addirittura per anni, ottenendo dati potenzialmente fondamentali per la predizione delle crisi nel singolo paziente. Nonostante il loro impiego ancora abbastanza limitato, le metodiche di neuromodulazione si candidano a rivestire un ruolo di grande rilievo in un futuro non troppo lontano, fatta salva la necessità di identificare biomarkers predettivi di risposta che siano applicabili nella pratica clinica.

          Lorenzo Ricci

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Laura Tassi

          Centro di chirurgia per l’epilessia “Claudio Munari” – Ospedale Niguarda Milano

          Razionale del dialogo “La finestra sul cervello”

          Per i pazienti con epilessia focale farmaco-resistente, la resezione chirurgica della zona epilettogena è un’opzione terapeutica fondamentale e da prendere sempre in considerazione, in quanto può comportare un significativo miglioramento clinico o anche la libertà da crisi.

          Per avere successo, la chirurgia dell’epilessia richiede una valutazione prechirurgica completa ed approfondita, che include accertamenti clinico-diagnostici a vario livello di complessità: dalla semiologia clinica associata alla registrazione EEG delle crisi (correlazione anatomo-elettro-clinica), alla risonanza magnetica (MRI) ed, in alcuni casi, ad indagini di neuroimaging più avanzate come l’Electrical Source Imaging (ESI) o la Magnetoencefalografia (MEG).

          Tuttavia, i test prechirurgici sono spesso insufficienti per localizzare con precisione la zona di insorgenza delle crisi, che è lo stimatore più affidabile della zona epilettogena. L’EEG intracranico è necessario per questo scopo , ma non è esente da complicazioni chirurgiche e offre solo una copertura cerebrale parziale. Per tale motivo ed in considerazione anche delle possibili complicanze della chirurgia, molti neurologi tendono ad inviare solo tardivamente il paziente per una valutazione pre-chirurgia, con conseguente ritardo nell’iter terapeutico e ampio sotto-utilizzo della chiurgia dell’epilessia, nonostante le sue grandi potenzialità, sia in Italia che all’estero.

          Verranno discussi le possibili indicazioni, complicanze e novità in ambito tecnico-diagnostico della chirurgia dell’epilessia. Si discuteranno inoltre le tempistiche e le modalità in relazione allo scalaggio della farmacoterapia anti-epilettica in seguito ad una chirurgia dell’epilessia presunta di successo.

          Alessandra Morano

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Emilio Russo

          Università Magna Graecia di Catanzaro

          Razionale del dialogo “Ritorno al futuro”

          La ricerca farmacologica in epilessia è tra le più attive in ambito neurologico, e almeno 10 nuovi farmaci sono stati commercializzati negli ultimi 15 anni. Nonostante il miglioramento del profilo di tollerabilità e sicurezza dei nuovi anti-epilettici, la percentuale delle persone con epilessia farmaco-resistente è rimasta pressochè invariata, con importantissime implicazioni in termini di benessere psico-fisico, qualità di vita e costi per il sistema sanitario nazionale. Il tentativo è quindi quello di “cambiare strategia”, ricollocando molecole impiegate in altre patologie ma risultate efficaci sulle crisi e, soprattutto, testando vecchi e nuovi composti in specifiche sindromi cliniche – o finanche con una specifica causa genetica – nel contesto di una medicina sempre più “di precisione”. Ma la vera speranza è che il paradigma di trattamento possa cambiare ulteriormente, passando dai farmaci attivi sulle crisi a quelli in grado di interferire con i meccanismi dell’epilettogenesi (molteplici e purtroppo ancora in parte da approfondire), che si configurerebbero a tutti gli effetti come “disease-modifying therapies”. I primi passi su questa strada sono già stati fatti: il futuro, a quanto pare, non è così lontano.

          Lorenzo Ricci

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Barbara Mostacci

          IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna

          RAZIONALE

          L’ era moderna dei farmaci anti-epilettici, che abbraccia un periodo di oltre 150 anni dal primo uso del bromuro nel 1857, ha visto l’introduzione nella pratica clinica di un gruppo eterogeneo di farmaci con buoni parametri di efficacia e sicurezza. Tuttavia, di fronte ad un così vasto armamentario terapeutico, la scelta del farmaco anti-epilettico ideale in termini di efficacia e sicurezza può risultare complessa.

          I farmaci anti-epilettici infatti (o “anti-crisi”), presentano meccanismi d’azione molecolare ed effetti collaterali diversi che possono essere più o meno indicati in base al singolo contesto clinico.  Un accurato raccordo anamnestico epilettologico ed un corretto inquadramento diagnostico permetterà al neurologo di effettuare una scelta mirata e consapevole in relazione alla prima terapia farmacologica anti-epilettica.

          Alessandra Morano

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Liliana Grammaldo

          IRCCS Neuromed Istituto Neurologico Mediterraneo – Pozzilli (IS)

          “Memoria e Pregiudizio” (Dott.ssa L. Grammaldo)

          Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, le patologie neurologiche rappresentano la prima causa di disabilità nel mondo: tra queste l’epilessia ha un posto estremamente rilevante, non solo per ragioni epidemiologiche ma anche perché è una patologia che può interessare tutte le età e accompagnare il paziente per anni. Tra i fattori che influiscono sulla qualità di vita delle persone con epilessia non si annoverano solo il controllo delle crisi, il carico farmacologico e le comorbidità cognitivo-comportamentali, ma anche il cosiddetto stigma: un “marchio” invisibile che  – purtroppo da millenni – la persona con epilessia si porta addosso e, soprattutto, dentro. In occasione della Giornata Mondiale dell’Epilessia, è il caso di chiedersi e di ricordarsi cos’è lo stigma, da dove origina e come lo si affronta, per cancellarlo definitivamente.

          Alessandra Morano

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Antonietta Coppola

          Università Federico II di Napoli

          “Una, nessuna e centomila epilessie” (Dott.ssa A. Coppola)

          L’epilessia è forse la patologia più polimorfa in natura, per cause, forme e manifestazioni cliniche attraverso cui si esprime, e che sono uniche per ogni singolo paziente. La diagnosi prevede crescenti livelli di complessità, a partire dal riconoscimento delle crisi in quanto tali – compito tutt’altro che semplice, alla luce delle possibili similitudini con altri fenomeni transitori/parossistici quali le sincopi, l’emicrania, i disturbi del movimento e le parasonnie – fino ad arrivare all’identificazione della specifica sindrome epilettica e dell’eziologia che la sottende. Sebbene la raccolta dell’anamnesi e l’attenta valorizzazione dei segni clinici tutt’oggi rappresentino il punto nodale della diagnosi, gli esami strumentali – in primis l’EEG e gli studi di neuroimaging – possono fornire degli importanti elementi di supporto. Allo stesso modo, le indagini genetiche sempre più spesso rivestono un ruolo fondamentale, configurandosi come un imprescindibile strumento diagnostico nell’era della medicina (e dell’epilettologia) di precisione.

          Alessandra Morano

          Università degli studi di Roma

          intervista 

          Marco Zoccarato

          Unità Neurologia AO di Padova

          Lorenzo Ricci

          Università degli studi di Roma

          intervista 

          Lino Nobili

          Università di Genova

          Alessandra Morano

          Università degli studi di Roma

          intervista 

          Mario Tombini

          Università Campus Biomedico di Roma

          Dialogo Epilessia e Disturbi cognitivi: “Le relazioni pericolose” – Prof. M. Tombini Tra epilessia e disturbi cognitivi esiste un rapporto estremamente complesso e pieno di sfaccettature: infatti, se è vero che l’epilessia può svilupparsi nel contesto di quadri sindromici – siano essi a eziologia genetica o acquisita – di cui i deficit cognitivi sono parte integrante, è altresì vero che questi possono emergere nel corso della patologia, verosimilmente in relazione alla severità e durata della stessa, come pure all’azione dei farmaci anti-crisi, il cui peso sulle funzioni cognitive è tutt’altro che trascurabile. Più recentemente diversi studi clinici e pre-clinici hanno poi affrontato il tema del rapporto tra epilessia e demenza – in particolare la malattia di Alzheimer – un rapporto denso di interazioni reciproche, ancora in attesa di definizione e, soprattutto, di efficace traslazione nella pratica clinica.

          Lorenzo Ricci

          Università degli studi di Roma

          intervista 

          Eleonora Tamilia

          Università di Harvard, Cambridge (US)

          Alessandra Morano

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Giovanni Assenza

          Università Campus Biomedico di Roma

          Dialogo Neuromodulazione: “Tutta questione di network” – Dott. G. Assenza

          Sebbene il trattamento dell’epilessia si basi principalmente sull’impiego di farmaci anti-crisi, l’armamentario terapeutico include anche approcci non farmacologici: la chirurgia, la dieta chetogena e la neuromodulazione. Le metodiche di neuromodulazione si basano sull’applicazione – diretta o indiretta – di stimoli elettrici al sistema nervoso centrale, e sono impiegate con finalità prevalentemente palliative nelle epilessie farmaco-resistenti non candidabili alla chirurgia. Alcune di queste tecniche (in particolare la RNS) offrono uno straordinario vantaggio secondario: la possibilità di registrare l’attività epilettica addirittura per anni, ottenendo dati potenzialmente fondamentali per la predizione delle crisi nel singolo paziente. Nonostante il loro impiego ancora abbastanza limitato, le metodiche di neuromodulazione si candidano a rivestire un ruolo di grande rilievo in un futuro non troppo lontano, fatta salva la necessità di identificare biomarkers predettivi di risposta che siano applicabili nella pratica clinica.

          Lorenzo Ricci

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Laura Tassi

          Centro di chirurgia per l’epilessia “Claudio Munari” – Ospedale Niguarda Milano

          Razionale del dialogo “La finestra sul cervello”

          Per i pazienti con epilessia focale farmaco-resistente, la resezione chirurgica della zona epilettogena è un’opzione terapeutica fondamentale e da prendere sempre in considerazione, in quanto può comportare un significativo miglioramento clinico o anche la libertà da crisi.

          Per avere successo, la chirurgia dell’epilessia richiede una valutazione prechirurgica completa ed approfondita, che include accertamenti clinico-diagnostici a vario livello di complessità: dalla semiologia clinica associata alla registrazione EEG delle crisi (correlazione anatomo-elettro-clinica), alla risonanza magnetica (MRI) ed, in alcuni casi, ad indagini di neuroimaging più avanzate come l’Electrical Source Imaging (ESI) o la Magnetoencefalografia (MEG).

          Tuttavia, i test prechirurgici sono spesso insufficienti per localizzare con precisione la zona di insorgenza delle crisi, che è lo stimatore più affidabile della zona epilettogena. L’EEG intracranico è necessario per questo scopo , ma non è esente da complicazioni chirurgiche e offre solo una copertura cerebrale parziale. Per tale motivo ed in considerazione anche delle possibili complicanze della chirurgia, molti neurologi tendono ad inviare solo tardivamente il paziente per una valutazione pre-chirurgia, con conseguente ritardo nell’iter terapeutico e ampio sotto-utilizzo della chiurgia dell’epilessia, nonostante le sue grandi potenzialità, sia in Italia che all’estero.

          Verranno discussi le possibili indicazioni, complicanze e novità in ambito tecnico-diagnostico della chirurgia dell’epilessia. Si discuteranno inoltre le tempistiche e le modalità in relazione allo scalaggio della farmacoterapia anti-epilettica in seguito ad una chirurgia dell’epilessia presunta di successo.

          Alessandra Morano

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Emilio Russo

          Università Magna Graecia di Catanzaro

          Razionale del dialogo “Ritorno al futuro”

          La ricerca farmacologica in epilessia è tra le più attive in ambito neurologico, e almeno 10 nuovi farmaci sono stati commercializzati negli ultimi 15 anni. Nonostante il miglioramento del profilo di tollerabilità e sicurezza dei nuovi anti-epilettici, la percentuale delle persone con epilessia farmaco-resistente è rimasta pressochè invariata, con importantissime implicazioni in termini di benessere psico-fisico, qualità di vita e costi per il sistema sanitario nazionale. Il tentativo è quindi quello di “cambiare strategia”, ricollocando molecole impiegate in altre patologie ma risultate efficaci sulle crisi e, soprattutto, testando vecchi e nuovi composti in specifiche sindromi cliniche – o finanche con una specifica causa genetica – nel contesto di una medicina sempre più “di precisione”. Ma la vera speranza è che il paradigma di trattamento possa cambiare ulteriormente, passando dai farmaci attivi sulle crisi a quelli in grado di interferire con i meccanismi dell’epilettogenesi (molteplici e purtroppo ancora in parte da approfondire), che si configurerebbero a tutti gli effetti come “disease-modifying therapies”. I primi passi su questa strada sono già stati fatti: il futuro, a quanto pare, non è così lontano.

          Lorenzo Ricci

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Barbara Mostacci

          IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna

          RAZIONALE

          L’ era moderna dei farmaci anti-epilettici, che abbraccia un periodo di oltre 150 anni dal primo uso del bromuro nel 1857, ha visto l’introduzione nella pratica clinica di un gruppo eterogeneo di farmaci con buoni parametri di efficacia e sicurezza. Tuttavia, di fronte ad un così vasto armamentario terapeutico, la scelta del farmaco anti-epilettico ideale in termini di efficacia e sicurezza può risultare complessa.

          I farmaci anti-epilettici infatti (o “anti-crisi”), presentano meccanismi d’azione molecolare ed effetti collaterali diversi che possono essere più o meno indicati in base al singolo contesto clinico.  Un accurato raccordo anamnestico epilettologico ed un corretto inquadramento diagnostico permetterà al neurologo di effettuare una scelta mirata e consapevole in relazione alla prima terapia farmacologica anti-epilettica.

          Alessandra Morano

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Liliana Grammaldo

          IRCCS Neuromed Istituto Neurologico Mediterraneo – Pozzilli (IS)

          “Memoria e Pregiudizio” (Dott.ssa L. Grammaldo)

          Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, le patologie neurologiche rappresentano la prima causa di disabilità nel mondo: tra queste l’epilessia ha un posto estremamente rilevante, non solo per ragioni epidemiologiche ma anche perché è una patologia che può interessare tutte le età e accompagnare il paziente per anni. Tra i fattori che influiscono sulla qualità di vita delle persone con epilessia non si annoverano solo il controllo delle crisi, il carico farmacologico e le comorbidità cognitivo-comportamentali, ma anche il cosiddetto stigma: un “marchio” invisibile che  – purtroppo da millenni – la persona con epilessia si porta addosso e, soprattutto, dentro. In occasione della Giornata Mondiale dell’Epilessia, è il caso di chiedersi e di ricordarsi cos’è lo stigma, da dove origina e come lo si affronta, per cancellarlo definitivamente.

          Alessandra Morano

          Università degli Studi di Roma

          intervista

          Antonietta Coppola

          Università Federico II di Napoli

          “Una, nessuna e centomila epilessie” (Dott.ssa A. Coppola)

          L’epilessia è forse la patologia più polimorfa in natura, per cause, forme e manifestazioni cliniche attraverso cui si esprime, e che sono uniche per ogni singolo paziente. La diagnosi prevede crescenti livelli di complessità, a partire dal riconoscimento delle crisi in quanto tali – compito tutt’altro che semplice, alla luce delle possibili similitudini con altri fenomeni transitori/parossistici quali le sincopi, l’emicrania, i disturbi del movimento e le parasonnie – fino ad arrivare all’identificazione della specifica sindrome epilettica e dell’eziologia che la sottende. Sebbene la raccolta dell’anamnesi e l’attenta valorizzazione dei segni clinici tutt’oggi rappresentino il punto nodale della diagnosi, gli esami strumentali – in primis l’EEG e gli studi di neuroimaging – possono fornire degli importanti elementi di supporto. Allo stesso modo, le indagini genetiche sempre più spesso rivestono un ruolo fondamentale, configurandosi come un imprescindibile strumento diagnostico nell’era della medicina (e dell’epilettologia) di precisione.